Voli pindarici – Interculturalità e il plagio dei Cesaroni

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17 novembre 2013 di ilpolirico

Dal canto mio è inopinabile che l’interculturalità sia una cosa assolutamente ammaliante, affascinante sopra ogni cosa. Conoscere e mescolarsi con altre culture, usanze e modi, costumi e lingue. In un mondo così immensamente vario, non immergersi, sarebbe un peccato. Quasi un crimine. Perché rimanere stupidamente chiusi in se stessi ed orgogliosi solo della propria cultura e della proprio razza? Perché ad esempio bisogna credere, senza alcuna nozione a riguardo, che la cultura occidentale sia meglio di quella islamica? Prendiamo Bush e Bin Laden. Perché il secondo è stato cattivo e il primo buono, nella nostra coscienziosa memoria collettiva? Per quanto mi riguarda sono stati entrambi due fottuti psicopatici assetati di potere col pisello piccolo, che per supplire a questa lacuna fisica, hanno causato la morte di migliaia di persone attraverso azioni derivate da loro scelte. Se poi uno abitava la casa bianca vestendo giacca e cravatta, e l’altro ha passato gli ultimi momenti della sua vita da latitante, in un bunker col turbante in testa, a me, cambia veramente poco. Uno è stato un terrorista guerrafondaio senza pietà, l’altro ha ideato e programmato l’attacco alle torri gemelle.

Dico questo perché mi trovo d’istanza a Dublino per rendere il mio inglese migliore della via di mezzo tra l’aramaico antico e un cane che si strozza, che ad oggi parlo. Sto convivendo con un accozzaglia di culture che solo ad immaginarlo Calderoli si conficcherebbe un cacciavite nella tempia. Due brasiliani, un tedesco, un coreano, un messicano e un arabo. Giuro che non è una barzelletta in cui il messicano mette il chily nell’amatriciana dell’italiano che ruberà l’orologio al tedesco che l’arabo utilizzerà per costruire un ordigno artigianale per far saltare in aria il cinquantesimo Burger King di Dublino e al coreano fa un sacco lidele. (sui brasiliani non sapevo che cazzo dire). In pochi giorni di convivenza con questa ciurma di stranieri, mi sono accorto di quanto abbia più a che spartire con un arabo che prega cinque volte al giorno verso la mecca (nello stesso modo in cui io mi chino a terra per cercare qualche bronzino sotto al divano per comprare Rizla silver lunghe) o con un messicano che per sentirsi a casa gli è bastato comprarsi 72 chili di fajitas. Ho molto più in comune con loro, che con i miei vicini di casa che tengono Pomeriggio Cinque a tutto volume perché altri componenti della famiglia stanno litigando sparando bestemmie da codice penale (non che la bestemmia mi infastidisca più di tanto, la D’Urso però…) E’ che un giorno San Pietro si è sbagliato ed ha suonato alla mia porta. Non ero preparato a un incontro del terzo tipo così importante, se l’avessi saputo, mi sarei fatti trovare quantomeno con un pacco di preservativi in mano e una bestemmia tatuata sul petto, giusto per fargli capire da subito che non ero il tipo a cui attaccare la filippica.

I primi giorni in terra irlandese sono capitato ospite, tramite un’amica di un amico della sorella di sua zia che è anche cugina di se stessa, in una casa di sei ragazze di cinque diverse nazionalità. Non appena sono arrivato, munito di limoncello per la cordiale ospitalità, mi hanno chiesto se potevo cucinare la pizza. Io me la cavo piuttosto bene ai fornelli, ma una pizza non l’avevo mai cucinata. Ora, che ci crediate o no, ho fatto una pizza da far partire un’orgia all’istante, nonostante gli scadenti ingredienti a disposizione. Come qualsiasi nero sa suonare il basso da paura, e come ogni ebreo è un mago della contabilità, noi italiani sappiamo fare la pizza.

Naturalmente ogni popolo ha il suo fardello, il suo luogo comune, che lo accompagnerà ovunque il rappresentante si trovi. Ma non bisogna prendersela, un luogo comune non è di per se negativo, è un semplice tratto caratteristico che accomuna popoli e culture.

L’altra sera consumavo guinness in un caratteristico pub irlandese, seduto in compagnia di due spagnole, due ragazzi francesi e un ceco.

Partiamo dal fatto che finché non impari in modo decente la lingua, inevitabilmente conversi attraverso ovvietà e qualunquismi a palate:

I: quindi sei francese… mmm… buone le baquette!

F: eh si, poi la pezzata dell’ascella le regala un non so che… 

I: io italiano, di Roma. si lo so… è la città più bella del mondo.

F: si è vero. ma perché Berlusconi non si trova a Guantanamo?

I: per favore non infierire.

F: cos’è quello strumento che tieni in mano?

I: una lupara, devo riscuotere il pizzo dai ristoranti italiani della città.

F: pizzo?

I: lascia fare…

Poi lui continuerà incuriosito a fare domande, e tu lo colpirai con una testata sul petto per ricordargli il lontano 9 luglio 2006.

Questo scambio di banalità, avviene perché senza un’adeguata padronanza della lingua inglese, non riesci ad esprimere i tuoi alti concetti di uomo vissuto e non puoi utilizzare quei termini ricercati che ti sei scritto sul polso per fare colpo sulla gente. Ma nonostante la bassezza della conversazione mi rendevo conto di come, il semplice fatto di essere umani, ci accomuna più di quanto possiamo immaginare. La razza, la lingua, la religione e tantomeno il colore, sono elementi secondari, sempre e comunque. Sia che parliamo di un nero con le labbra e le narice grosse che fa rap nella west cost, di un cinese col pisello piccolo che non ha mai assistito e mai assisterà al funerale di un suo parente, o di un canadese così anonimo e mediocre di cui neanche si conoscono i luoghi comuni.

Alla quarta guinness, con uno sguardo non troppo presente, mi metto a parlare di Breaking Bad con una delle spagnole, a cui mancavano poche puntate per vedere la fine del capolavoro. Da lì mi allaccio per cominciare a sparare merda sulla tv italiana, che produce solo fiction e telenovela di un livello deprimente, salvando dal calderone solo Boris. Le spiego che tutto ciò che è “politicaly uncorrect”, in Italia non lo prendono minimamente in considerazione. Lei, con fare solidale, mi dice che anche in Spagna è la stessa cosa. Citando una delle peggiori serie di quelle parti, Los Serrano. Così le chiedo di cosa parla, in breve. Un uomo e una donna si sposano, per entrambi è la seconda volta, ed entrambi portandosi dietro una famiglia numerosa, andranno a vivere tutti insieme. Lui ha un figlio che si innamora della figlia di lei, e inoltre lui è proprietario della taverna Serrano.

Chi come me non ha mai preso in considerazione di perdere un solo istante della propria esistenza di fronte a I Cesaroni, probabilmente conosce comunque la trama. Soprattutto chi vive a Roma e di tanto in tanto capita a Garbatella, e vede qualche stronzo che si fotografa di fronte al fottutissimo bar. Legalmente parlando I Cesaroni non sono un plagio, poiché hanno acquistato i diritti della serie spagnola. Ma rimane comunque il fatto che arrabattare una sceneggiatura di così basso livello da un format estero è alquanto avvilente. Cosa che ormai in Italia siamo soliti fare. Benvenuti al Sud e anche lo stesso Intreatment di Castellitto, sono idee copiate rispettivamente da Francia e America. E’ come se dall’oggi al domani mi decidessi a copiare il guardaroba di Lapo Elkan. Non potrei mettere un piede fuori di casa che subito sarei oggetto dei più celebri atti di bullismo quali la smutandata o le prese in giro sulla mamma, che senza motivo alcuno diventa una prostituta alcolizzata.

Ho tenuto in bozza questo articolo per svariato tempo, in virtù del fatto che non riuscivo, e non riesco, a trovare un finale degno (giustamente) per un articolo che tratta interculturalità e I Cesaroni attraverso un nesso narrativo debole e privo di basi. Quindi senza spremere ulteriormente le mie fiacche meningi, la finisco qui.

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